GIUSEPPE CELEPRIN - MONUMENTO AL BONIFICATORE

MONUMENTO AL BONIFICATORE

L'ARTISTA E L'OPERA 

Il monumento al bonificatore è opera dello scultore Giuseppe Celeprin, nato a Udine il 1° maggio 1943, da molti anni residente con lo studio – laboratorio a San Stino di Livenza (Venezia).

Il monumento, voluto dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Cessarolo – Bibione e posto sul verde di Piazza Zancanaro a Cessarolo, inaugurato solennemente il 26 maggio 1985, è nato dal bisogno di ricordare, di ricostruire un legame di immagine e sentimento con il passato delle nostre genti. E Giuseppe Celeprin, con questo lavoro, si è reso interprete autentico di quella parte di storia dei “senzastoria” che si è voluta ricordare.

È un'opera che si è articolata su linee fondamentali che si ricompongono e si incontrano in un racconto semplice, emotivo e di immediatezza. Vi è in essa un moto essenziale: l'immagine del lavoro, della fatica, del sacrificio.

Innanzi tutto, la figura parte toccando la terra, evocando quasi il simbolismo dell'uomo nato sulla terra dove in essa ritorna. È la continuazione della vita, il travaglio e l'odissea nel tempo: il lavoro.

Ai legami dell'uomo con la natura, simboleggia la figura femminile addormentata dalle bibliche pagine “... ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”. E quale pane è stato più sacrificato di questo? La terra arida e malsana ha germogliato un seme; le zolle si sono rovesciate ad una ad una e sono spuntate le spighe dagli esili gambi del frumento.

Nella composizione artistica il protagonista è lui: l'uomo; la figura maschile intenta ad un lavoro logorante ed estenuante, il bonificatore con le possenti e muscolose braccia che spinge in una salita senza fine la pesante carriola ricolma di terra. Ha i calzoni tirati su fino ai polpacci, le maniche della camicia raccolte a scoprire parte del braccio, un povero cappello calato sulla fronte madida di sudore per proteggersi dai raggi di un sole che brucia.

Questo, di quest'uomo è il momento emotivo che più risalta, perché è l'immagine stessa che avvince in un realismo studiato dall'esame della realtà di allora. La vecchia carriola, il movimento della persona, sono richiamo storico di una realtà fin troppo evidente.

Qui Giuseppe Celeprin usa un linguaggio essenziale, e il tentativo di personalizzare un momento storico secolare, è ben compreso in una occasione benché comune, altamente significativa.

La espressività dell'artista è dotata di una naturale capacità di comunicazione: si lega al soggetto, all'ambiente e alla rievocazione storica, probabilmente perché egli ha vissuto la sua infanzia nel cuore pulsante della campagna e ne sente i battiti.

Interpretare con autenticità la storia non è sempre facile, quando si tratta di immedesimarsi al soggetto e rendere visivo dal di dentro l'accostamento al sentimento.

Ed è stato questo, appunto, il pensiero della Cassa Rurale ed Artigiana di Cesarolo, nell'affidare il compimento dell'opera all'artista Celeprin, perché essa, come scultura commemorativa, è destinata non alle grandi persone d'intelletto, ma alla gente che popola le nostre comunità.

Oltre ai valori e ai contenuti dell'opera, la presenza delle due figure, maschile e femminile nel monumento, costituiscono anche il momento essenziale della famiglia, il focolare e la continuità della vita.

Pur tuttavia, anche se l'aspetto contenutistico in questa scultura di ferro è rilevante e preminente, non bisogna dimenticare la configurazione formale dell'opera, proposta su linee rette, verticali e orizzontali, riferite al passato, ma volte essenzialmente all'orizzonte dell'avvenire.

Dai pali infissi nel terreno molle, per renderlo più solido e resistente, vi è il sogno che poi diventa realtà, di una esistenza più tranquilla e di un domani migliore.

In quest'opera, che ha tre metri e mezzo di altezza con 30 quintali di ferro tagliato da lastre di notevole spessore, Giuseppe Celeprin ha individuato la “sua” materia per elaborare forme che assumono, in un'armonica visione d'assieme, pregnanza esistenziale, nella sintesi di un pensiero che coglie l'essenzialità delle cose e l'essenza pratica della fatica e del lavoro. Gli strumenti espressivi prescelti dall'artista per il suo racconto dal vero, accrescono la dimensione e la vitalità della scultura. Essi non restano fine a sé stesso nemmeno il carriolante, affettuoso ritratto di un mondo e di una condizione lontani nel tempo, attuali però nella memoria di coloro che hanno vissuto l'epopea della bonifica.

L'immagine dell'uomo buono e del suo sacrificio vivrà accanto ai suoi discendenti, partecipe della loro stessa dimensione esistenziale, che poi la stessa dimensione del vivere con la quotidiana fatica.

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